LA NOTTE DELL’ANIMA

Questo articolo non è scritto da qualcuno che fa parte della scuola.

Di solito gli articoli vengono scritti dai nostri docenti, ma questa volta vogliamo diffondere uno scritto importantissimo che ci è stato inviato dalla “Rete Rimè”, una associazione che si sta attivando per riunire le varie correnti e le varie sezioni del Buddhismo in occidente in una unica grande realtà che scavalchi il settarismo che spesso si instaura fra le varie sezioni di quella unica grande famiglia che è il buddhismo.

lo postiamo proprio così come lo abbiamo ricevuto, senza spostare una virgola.

Questo scritto è di importanza inimmaginabile per tutti coloro che operano nel settore dell’olistica e soprattutto della meditazione e del mindfulness. Speriamo quindi che venga letto e capito nella sua importanza anche da chi opera in altre discipline, perchè solo ponendosi delle domande si possono ottenere delle risposte che facciano progredire se stessi e gli altri.

Ecco il testo interamente copiato:

La notte dell’anima: il lato oscuro della meditazione.
Sebbene esistano evidenze sugli effetti positivi della meditazione, negli ultimi anni la ricerca ha
iniziato a portare alla luce alcuni possibili rischi
https://www.stateofmind.it/2024/05/meditazione-possibili-rischi/
Meditazione: una pratica positiva o negativa per la propria salute?
La meditazione viene spesso presentata come una sorta di panacea per tutti i mali: ma è davvero
così? Già nel 1976, Arnold Lazarus scriveva “One man’s meat is another man’s
poison” sottolineando che questa pratica, pur essendo utile per molte persone, poteva invece essere
dannosa per altre.
La meditazione è spesso concepita come una pratica capace di curare universalmente tutte le
sofferenze di coloro che si approcciano ad essa, motivo per cui vi è la credenza che apporti sempre e
solo benefici a chiunque la pratichi.
Non a caso, il centro statunitense Dhamma Pubbananda, specializzato nella meditazione, l’ha definita
un “rimedio universale per mali universali” che permette una “liberazione totale da impurità e
sofferenza” (Kortava, 2021).
La meditazione, nonostante le sue antiche origini buddhiste, è riuscita ad integrarsi nella società e
cultura americane odierne, tanto che il 14% della popolazione americana la pratica per migliorare il
proprio benessere mentale, emotivo e fisico (Lindahl, 2017).
Tuttavia, sebbene esistano evidenze sugli effetti positivi della meditazione, tra cui l’incremento delle
emozioni positive e del benessere psicologico, nonché la riduzione dell’ansia e dello stress, negli
ultimi decenni la ricerca ha iniziato a portare alla luce rischi ed effetti collaterali delle pratiche
meditative, come depressione, agitazione e episodi schizofrenici (Lazarus, 1976).
Grazie al lavoro di alcuni ricercatori sta iniziando a diffondersi la consapevolezza che
la meditazione può rivelarsi una pratica benefica per alcuni soggetti e dannosa per altri, soprattutto
per coloro che hanno una storia pregressa di problemi di salute mentale o condizioni psichiatriche
non ancora emerse. Questo filone di ricerca, tuttavia, è ancora agli albori.
I potenziali effetti avversi della meditazione: le ricerche di Willoughby Britton
Willoughby Britton, direttrice del Laboratorio di Neuroscienze Cliniche e Affettive della Brown
University Medical School, ha dedicato la sua carriera allo studio dei potenziali effetti avversi della
meditazione e delle pratiche contemplative.
Appena laureata era lei stessa un’avida meditatrice; tuttavia, nel corso di uno studio sulla relazione
tra meditazione e qualità del sonno – innovativo in quanto basato su dati di laboratorio, e non
solamente sulle impressioni dei partecipanti – ha fatto una scoperta inaspettata: i soggetti che
meditavano per più di 30 minuti al giorno si svegliavano più spesso durante la notte e avevano un
sonno meno profondo, anche se dichiaravano di dormire meglio grazie a questa pratica (Britton et al.,
2010).
I risultati di tale studio hanno portato Britton e il suo team a sottolineare come, fino a quel momento,
la ricerca sulle pratiche contemplative si fosse concentrata quasi esclusivamente sui loro benefici,
trascurando l’analisi dei possibili rischi ad esse associati.
Ciò ha dato vita al “Varieties of Contemplative Experience Project”, un’indagine volta a
documentare, comprendere e rendere pubbliche le testimonianze di coloro che hanno
sperimentato effetti indesiderati in seguito alla meditazione, coinvolgendo insegnanti e praticanti
– con diversi livelli di esperienza – di meditazione delle tradizioni Theravāda, Zen e Tibetana. I dati
raccolti hanno permesso di fare luce su possibili fenomeni avversi, tra cui ansia, panico, flashback
traumatici, allucinazioni visive e uditive e appiattimento affettivo (Lindahl et al., 2017).
L’accumularsi di queste evidenze ha condotto Britton alla fondazione di Cheetah House, un progetto
che si pone la missione di fornire sostegno a coloro che hanno sperimentato problematiche legate alle
pratiche contemplative (problematiche che, purtroppo, vengono spesso ignorate da altri
professionisti) e di educare gli istruttori di meditazione sui potenziali effetti dannosi di tale pratica.
2
E la mindfulness? È dannosa o è semplicemente male interpretata?
Le pratiche contemplative promuovono la mindfulness, ovvero la capacità di stare nel momento
presente senza tentare di modificarlo.
Oggigiorno la psicoterapia sta volgendo lo sguardo verso i “trattamenti di terza generazione”, il cui
denominatore comune è proprio la mindfulness come punto cardine (Ruggiero, 2022).
Proprio come le pratiche contemplative, anche la mindfulness è stata “accusata” di causare malessere
psicologico. Whippman (2016) sostiene che la società capitalistica in cui viviamo, specialmente
attraverso gli enti governativi e aziendali, incentivi l’idea dell’uomo sano come di una macchina che
non prova mai emozioni negative; se le provi non è perché il governo o l’azienda ti stanno facendo
mancare qualcosa, ma perché non ti stai impegnando abbastanza per pensare positivamente.
È qui che entra in gioco la mindfulness: essa, infatti, può aiutare a mantenere il pensiero focalizzato
non solo sul momento presente, ma anche su una visione positiva della realtà. In termini concreti:
ignora quello che non va e continua a produrre.
Se però la mindfulness può avere questo riscontro dannoso, com’è possibile che la psicoterapia
odierna la stia utilizzando come base per evolversi? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe
innanzitutto chiedersi se il mantenimento del pensiero positivo sia il reale obiettivo della mindfulness.
La risposta è no.
Come anticipato, la mindfulness rappresenta la capacità di sentire e tollerare le emozioni, belle o
brutte che siano. In altre parole: non ignorarle, ma accettarle. Accettare che qualcosa non va, è il
primo passo per promuovere un cambiamento. La mindfulness ci è utile anche durante questo
processo: cambiare non è facile, è una sfida che può provocare ansia, frustrazione e tristezza.
Esercitarci a gestire la nostra mente in modo mindful è la chiave per sopportare queste emozioni
negative in vista di un bene superiore: il raggiungimento del nostro benessere (Linehan, 1993).
Mindfulness: un utilizzo consapevole
Per via della sua complessità, è bene fare attenzione alla distinzione tra l’idea
di mindfulness propinata dalla società, ovvero una positività pervasiva volta a soffocare qualsiasi
tipo di malessere in favore di efficienza e produttività, e quella su cui invece la psicoterapia odierna
sta costruendo la propria evoluzione. È quindi consigliabile non sottoporsi a tale pratica
arbitrariamente e invece affidarsi a figure competenti che valutino la possibilità di procedere
compatibilmente con l’anamnesi presentata. La supervisione di un professionista garantisce inoltre la
condivisione delle finalità della mindfulness e consente l’identificazione di un obiettivo funzionale e
fondato, diminuendo la probabilità di avere effetti indesiderati.”

Anche noi come professionisti e docenti della scuola ci poniamo la stessa domanda e cerchiamo di rispondere nel migliore dei modi:

  • la via di mezzo è la via giusta.
  • Ogni persona ha una sua esigenza particolare al di la di mode e convenzioni
  • tutti gli operatori che lavorano con gli esseri senzienti dovrebbero considerare solo ed esclusivamente il singolo e le sue innate esigenze particolari

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